Cultura

Storia del Carnevale

Il Gran Carnevale Cremasco é una festa padana storica che nei secoli aveva perso smalto, fino a passare inosservata nella prima metá del Novecento. Eppure la tradizione, che oggi riprende tutto il suo vigore, parla di una festa caliente.

Le prime tracce documentate risalgono addirittura al XV° secolo quando la cittá era sotto il dominio di Venezia, la Serenissima. Era allora un evento che richiamava tantissime persone da tutte le localitá della zona ma che spesso era al centro di episodi che attualmente sarebbero definiti di cronaca nera. Basti pensare alla lettera giunta al podestá di Crema nel 1661, nella quale si elogiava il governante perché finalmente la manifestazione si era svolta “senza incidenti mortali, ammazzamenti, duelli e coltellate”.

Giá, perché il Carnevale che per secoli rappresentó un’occasione per disinibirsi e sentirsi tutti uguali dietro la maschera, si trasformava spesso, sulla scia dell’euforia e dell’alcool, in un girone infernale.

Nel 1861, anno dell’Unitá d’Italia e quindi in un clima teso e di paura per le cospirazioni, divenne addirittura obbligatorio presentarsi preventivamente al questore, comunicando come e da cosa ci si sarebbe mascherati.

Lentamente poi lo show si placó, fino ad avere un blocco con l’inizio della Grande Guerra.

Gli anni ruggenti

Dopo la parentesi della seconda guerra mondiale il periodo d’oro della stagione carnevalesca si compie negli anni cinquanta.

Ad opera del comitato “Pro Crema” nel ’53 il Carnevale Cremasco risorge e cresce fino a perdere i caratteri iniziali di sporadicitá e di festa privata, riuscendo a coinvolgere l’intera comunitá ed assumendo dimensioni regionali (si contano fino a 50.000 presenze).

Ancora riflusso

Appare nel ’59 su di un giornale locale (“II Torrazzo” 14 febbraio 1959), un titolo estremamente significativo “Carnevale floscio, quaresima ardente”. Iniziano gli anni del boom economico e con essi prende avvio un processo di letargo “dei mascheroc”, l’imborghesimento porta alla conseguente privatizzazione della festa.

Negli anni ’70 si scenderá in piazza solo per protestare e con cortei politicizzati.

Il Carnevale Cremasco di oggi

Dopo quasi trent’anni di sordina, grazie al martellante interessamento di Antenna 5 nel 1985 si costituisce un comitato formato da associazioni e gruppi volontari: GTA, Bar Fiori, Gruppo Pantelú, Gruppo Carnival Of Humor.

Ancora una volta ritorna la voglia di Carnevale. Alla consuetudine dei carri allegorici, che sfilano per le vie del centro storico illustrando i temi del momento (la destata sensibilitá ecologica, il rifiuto del nucleare, la guerra del Golfo, le stangate finanziarie, i problemi del risparmiatore), viene intelligentemente sollecitato il coinvolgimento degli alunni delle scuole di ogni grado, dei quartieri, dei borghi, dei bar e degli oratori.

In Crema si respira il clima di attesa degli anni cinquanta.

II miracolo del Carnevale permette il costituirsi di una partecipazione spontanea e gratuita che accomuna giovani e pensionati. La preparazione artigianale dei carri allegorici e dei costumi dá vita ad una forma di volontariato sconosciuta, quella di chi impegna il tempo libero per offrire alla comunitá una giornata di spensieratezza e assicura la continuitá di una tradizione storica e culturale.

Mesi di lavoro passati al freddo ed al caldo nei capannoni con il febbrile compito di preparare l’allestimento dei carri e costruire i “mascarú” (le grandi sagome di cartapesta) con tecniche decennali ormai collaudate.

Ma la realizzazione di questa iniziativa incontra sempre nuove difficoltá, via via superate solo grazie alla paziente disponibilitá dei benemeriti organizzatori.

E’ grazie alla loro caparbietá che ancor oggi Crema puó vantare di avere uno dei piú grandi e partecipati carnevali della Lombardia.

La maschera “al Gagèt còl sò Uchèt”

In occasione del Carnevale Cremasco del 1955 viene lanciato il concorso per la scelta della tipica maschera cremasca. Vince Paolo Risari, titolare della trattoria degli Angeli in Via Mazzini, detta Curt Granda, con la maschera “dal Gagèt còl sò Uchèt”.

Da allora questo personaggio é diventato l’emblema stesso del Carnevale Cremasco e apre ritualmente sempre la sfilata. Un personaggio fortunato il Gagèt, frutto dell’attenzione con cui l’oste Cechino osservava l’arrivo impacciato dei campagnoli da Porta Serio. I cittadini ironicamente chiamavano “gagi” quei contadini che periodicamente comparivano al mercato con la curbèla e l’oca. L’oca come il maiale nel Carnevale sono frequentemente presenti e rappresentati; nell’economia alimentare della civiltá contadina cremasca assumono un ruolo fondamentale. L’oca veniva uccisa per la ricorrenza di S. Andrea, mentre il fegato era venduto a caro prezzo al mercato, la sua carne si conservava nel grasso in appositi recipienti di terracotta, le olle, e durava fino alla quaresima.

Il Gagèt si distingue per l’abito nero, scapat, solitamente quello di nozze, indossato nelle grandi occasioni. Veste vistose calze e coccarda bianco rossa, i colori della cittá. In testa porta un cappellaccio, calza zoccoli di legno, fazzoletto al collo, secondo la piú stretta tradizione contadina. Un tocco di eleganza a questo abbigliamento, indubbiamente fuori luogo, lo danno i guanti bianchi e la gianèta (bastoncino). La comicitá del Gagèt fa leva sul modo circospetto, l’incedere poco disinvolto e il disagio procurato dal sentirsi in cittá un pesce fuori dall’acqua, perché é abituato al quotidiano della cascina, mondo dove abitualmente vive.